Whisky a orologeria

Whisky a orologeria

Ciò che mi ha sempre affascinato del mondo giapponese è l’estenuante e scrupolosa attenzione nei dettagli.

Avete mai osservato un maestro Seishi che con pettine e forbici plasma il proprio bonsai?

Passione, dettaglio, precisione

Ecco, la passione e l’attenzione impiegate per raggiungere la forma pensata rispettando, sempre, l’equilibrio vegetativo e funzionale del piccolo arbusto riassume questa arte.

I giapponesi hanno questa virtù, che è a tutti gli effetti la loro filosofia di vita: saper aspettare l’evoluzione naturale delle cose.

Penso che noi occidentali, pur essendo molto distanti da questo mind kind thinking,ambiamo molto a una qualità di vita simile.

Lo si vede con l’accettazione e la pratica di discipline orientali che sempre più entrano nel nostro tempo libero.

Imparare il whisky sul campo

Tornando all’argomento del titolo, il popolo giapponese ha dimostrato come saper interpretare rispettosamente le leggi scozzesi legate alle produzione del whisky.

Le ha fatte sue, studiandole in loco e riportandole con maniacale attenzione nel proprio territorio.

Era il 1918 quando Masataka Taketsuru si recava in Scozia per apprendere l’arte della distillazione del whisky, studiando e lavorando in quattro diverse distillerie.

Rientrato in Giappone lavora con Torii, un farmacista che fondò una società, la futura Suntory, dedicata all’importazione di liquori dall’Occidente.

Presto però se ne allontana, perché Taketsuru è un purista e per lui il whisky deve essere tale e quale a quello scozzese.

Torii, più commerciale, pretende invece che il whisky sia prossimo a parametri giapponesi, ovvero più morbido.

È questa diatriba che dà origine, negli Anni ’30, alla Nikka, che da decenni si spartisce con Akashi il mercato.